CORRADO FERRANTE – scatole convenzionali

Luce-spazio-tempo. Enti a dimensioni vastissime…

Mi circondano. E ne sono completamente immerso.

Mi sforzo di ordinare sublimando le Pulsioni che mi caratterizzano.

 

Memoria di un infanzia e adolescenza che mi ha mostrato una natura che muta forma.

 

Poi come contrappunto la tridimensionalità delle – scatole convenzionali – rappresentate dall’intrigo misterico dei materiali di recupero che al di là della loro apparenza stanno a rappresentare gli accadimenti, vicissitudini, asperità, ecc., che si presentano quotidianamente ad ognuno di noi.

Corrado Ferrante: la ribellione della materia e il fiume della memoria

 

Testardo, curioso e irrequieto: è con queste tre parole che Corrado Ferrante apre la porta del suo universo artistico, un mondo dove l’arte non è semplice decorazione, ma un atto di resistenza esistenziale. La sua pittura, densa e materica, affonda le radici in un’infanzia vissuta tra i cantieri delle dighe nelle Marche, dove il padre ingegnere dirigeva centinaia di operai in un villaggio sorto dal nulla. Lì, in un’Italia del dopoguerra ancora segnata dalle macerie, i giocattoli non esistevano: c’erano solo pietre, terra, mattoni e barattoli di latta. Fu imparando ad assemblare questi elementi di recupero che Ferrante scoprì il piacere della composizione, un istinto che avrebbe poi ritrovato, anni dopo, negli studi di Architettura e, infine, nella pittura.

La sua arte è “introspettiva, materica e simbolica”. Non usa colori a caso, ma materiali che hanno una storia: cartoni, polvere di carbone, gesso. Ogni oggetto è un simbolo. Ferrante cita Van Gogh e le sue scarpe: non dipinge una tomaia e una suola, ma la fatica di vivere, il camminare, il modo in cui ciascuno di noi consuma le proprie scarpe a seconda del terreno percorso nella vita. Correre su un prato è diverso dal correre su un campo arato: il corpo lo sa prima della mente, e questa “motilità” è vita vissuta, è esperienza che diventa arte

Il processo creativo di Ferrante è un dialogo continuo, a volte conflittuale, con la materia. Lavora su tavole di legno perché il legno “parla”: i nodi, le venature suggeriscono direzioni. Se commette un errore, non lo cancella completamente. Imbianca, sì, ma poi torna con la carta vetrata a grattare via la patina, perché “sotto”, l’errore parla. Cancellare tutto significherebbe non aver ascoltato ciò che l’opera voleva dire. Per lui, un’opera non è mai finita: dovrebbe sempre suggerire qualcosa di nuovo, ma spesso è la “pigrizia mentale”, la stanchezza o una distrazione (magari per prendere la chitarra) a costringere l’artista a fermarsi.